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AUTOEROTISMO TRA FANTASMI E FANTASIA – 26 OTTOBRE 2018

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AUTOEROTISMO TRA FANTASMI E FANTASIA – 26 OTTOBRE 2018

Vi invito al convegno Internazionale ” AUTOEROTISMO TRA FANTASMI E FANTASIE ” IL 26 OTTOBRE presso l ordine degli psicologi lazio, la partecipazione è gratuita ..

Un abbraccio grande
Antonella Palmitesta
Direttrice SSESC

L´AMORE NON SI CURA, L´AMORE È LA CURA!

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L´AMORE NON SI CURA, L´AMORE È LA CURA!

In occasione della Pride Week 2015, intervistiamo la psicologa e sessuologa, presidente dell’Associazione NUDI – Nessuno Uguale Diversi Insieme -, che lavora per il benessere delle persone LGBTIQ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, intersessuali e queer)

Io amo, tu ami, egli ama… Un verbo che sfida i pregiudizi della grammatica (e non solo), infischiandosene di quale sarà il pronome personale complemento che seguirà. Lui ama lei, lui ama lui, ecc. Ma è davvero così importante? Perfino Lucio Battisti, highlander della poesia su pentagramma, cantava ne “La collina dei ciliegi”: “Le anime non hanno sesso né sono mie…”.

Le emozioni, gli occhi che brillano di vita e la pericolosa, ma così tenera follia nel pensare a un futuro insieme, non hanno certo genere né sesso.

Ce ne parla la Dott.ssa Antonella Palmitesta, psicologa e sessuologa, Presidente nazionale dell’Associazione NUDI – Nessuno Uguali Diversi Insieme, che, in occasione della Pride Week e dell’Onda Pride – che ha scosso l’intera penisola italiana – ci racconta i suoi obiettivi e ci spiega quante convinzioni erronee su orientamento sessuale e identità di genere persistano ancora nella società moderna.

Dott.ssa Palmitesta, ci parli del primo vagito di N.U.D.I e di cosa l’Associazione di cui Lei è Presidente nazionale, vorrà fare da grande.

«N.U.D.I nasce il 3 settembre 2014 dalla necessità di creare una rete di psicologi e psicologhe professionisti/e, che fosse di supporto alle persone LGBTIQ e che soprattutto denunciasse le cosiddette “terapie riparative” effettuate, ancora oggi da altri colleghi. L’omosessualità non è una patologia da diagnosticare, né tantomeno da curare o riparare: è una variante naturale e normale dell’orientamento affettivo-sessuale.

Non a caso lo slogan della nostra associazione è: “L’omosessuale non si ripara, l’omofobo sì”.

Ed ecco che dopo la Rete LENFORD, aggregazione di avvocati e praticanti costituita nel 2007 allo scopo di sviluppare e diffondere la cultura e il rispetto dei diritti delle persone LGBTIQ, nasciamo noi di N.U.D.I. con l’intento di realizzare sul territorio nazionale una rete di professionisti preparati e competenti sulle tematiche dell’identità sessuale».

Cosa vorrà fare da grande N.U.D.I.? 

«Stiamo crescendo pian piano e già nel primo anno di vita possiamo vantare diversi convegni, non solo in Puglia, e progetti formativi e di ricerca tesi a creare figure professionali competenti e adeguate nel fornire la propria consulenza in ambito privato e pubblico: oltre a psicologi mi riferisco a medici, operatori socio sanitari e insegnanti. La Scuola infatti – che non può essere certo sostituta del nucleo famigliare – può e deve favorire l’aggiornamento del proprio personale qualificato su tematiche come le identità sessuali, considerando che spesso, gli stessi insegnanti sono referenti importanti per le nuove generazioni. Ad esempio in ambito scolastico è in atto una vera e propria azione disinformativa e allarmistica sull’educazione sessuale. Si dice che si insegni ai bambini da 0 a 4 anni come masturbarsi, quando in realtà parliamo di linee guida europee per una corretta educazione sessuale nelle scuole, che permetta un sano e soddisfacente sviluppo affettivo ed emotivo».

Si legge molto, in effetti, e sarebbe interessante capire se si tratti di vera informazione o di puro e semplice attacco. Molto diffuso per esempio, è il credo che considera l’omosessualità o il desiderio di cambiare sesso come “malattie”geneticamente trasmissibili o come frutto di disagio famigliare, causato dalla personalità dominante di uno dei genitori. Lei Dott.ssa, cosa  risponde?

«L’omosessualità e la varianza di genere non sono patologie né derivano da traumi o da un certo tipo di costellazione familiare. Lo stile genitoriale può influire sulla crescita del figlio, ma di sicuro non sul suo orientamento sessuale o identità di genere.

Non esiste un’unica teoria sulle origini dell’omosessualità e i fattori coinvolti sono sicuramente più di uno. Stranamente non si indagano le origini dell’eterosessualità considerando quindi come “strano” solo un certo tipo di orientamento affettivo e sessuale. Amare una persona dello stesso sesso non è il frutto di un disagio o la risposta di corpo e mente a un evento traumatico, ma una delle possibilità che le persone hanno di vivere la propria affettività e sessualità. Con la stessa dignità della maggioranza eterosessuale.

Un’altra falsa credenza è che i bambini cresciuti in coppie omogenitoriali, possano sviluppare una volta adulti, lo stesso orientamento sessuale dei genitori. Niente di più lontano dalla verità e lo sostiene la letteratura scientifica pluridecennale. É oramai assodato che i bambini e le bambine nati/e da coppie dello stesso sesso crescono in modo sano ed equilibrato e nella maggior parte dei casi sono eterosessuali».

Rimanendo nella sfera infantile, quando esattamente nel bambino sorge per la prima volta l’attrazione nei confronti dello stesso sesso e il desiderio di cambiare sesso? E come un genitore può gestire nel migliore dei modi un evento così delicato? 

«L’identità di genere si sviluppa nel bambino già dai 0 ai 3 anni di vita ed è una questione molto diversa dall’orientamento sessuale, anche se spesso si tende a confondere le due situazioni di per sé decisamente differenti.

L’identità di un uomo o una donna non è solo corpo o ormoni, ma è molto più complessa. Distinguiamo l’orientamento sessuale dall’identità di genere, entrambe componenti dell’identità sessuale, ma profondamente diverse. L’orientamento ha a che fare con l’oggetto di desiderio affettivo e sessuale, cioè di chi mi innamoro e di chi desidero; l’identità di genere ha a che fare, invece, con il genere in cui mi riconosco, cioè uomo o donna, indipendentemente dal mio corpo fisico e conformazione genetica.

Il bambino deve essere libero di scegliere i giochi che vuole: ad esempio un bambino maschio che gioca con le scarpe dalla mamma, non sarà automaticamente gay o transgender. Proprio per questo la nostra associazione punta sull’aspetto informativo/formativo, perché anche e soprattutto il genitore va educato alla scoperta e al rispetto dei sentimenti dei bambini e delle bambine. Non molto tempo fa, una mia paziente adolescente nata uomo e pronta per sbocciare come donna, in una seduta mi raccontava della sofferenza provata a 6 anni quando già sapeva dentro di sé chi volesse essere e cioè una donna. Sua madre però non riusciva a capirla e la invogliava a giocare a calcio con gli altri maschietti. La  sua risposta era sempre la stessa e cioè che il calcio era un gioco da maschi e che lei, invece, era una bambina! Il mestiere del genitore non è cosa facile già in assenza di particolari disagi, ma puntiamo sul creare un dialogo che permetta a un papà o a una mamma, di ascoltare nel profondo il proprio bambino o bambina, perché naturalmente saranno i primi da cui il figlio si recherà per cercare conforto e risposte. C’è la frase di un libro che dice che una persona di colore ha più possibilità di avere la sua famiglia accanto rispetto ad una persona LGBTIQ. É necessario lavorare insieme perché anche le minoranze sessuali siano rispettate e comprese e che siano eliminati pregiudizi che conducono a discriminazioni».

Lo scorso 1° luglio, presso il Teatro Comunale di Massafra, è stato presentato il convegno dal titolo “Identità sessuale e fede: quali percorsi sostenibili?”. Dott.ssa, vuole descriverci in breve la serata e raccontarci di quali altre associazioni hanno sostenuto il vostro evento?

«Il convegno è stato organizzato da N.U.D.I. e dall’Associazione TGenus Magna Grecia (Associazione per la tutela dei diritti delle persone transessuali e transgender), con la partecipazione di studiosi accademici, psicologi e testimoni diretti LGBTIQ che hanno raccontato appunto la loro esperienza. L’evento era già stato svolto a Taranto e a Roma, durante la settimana del Pride. L’evento di Massafra è stato uno dei tanti progettati per la Pride Week pugliese, settimana in cui in tutte le province della nostra regione sono stati presentati eventi nell’ambito dell’Onda Pride. La settimana è stata molto intensa ed è culminata nella parata finale del 4 luglio a Foggia. Il titolo che abbiamo scelto per il convegno, sintetizza appunto il tema che è stato quello della conciliazione tra fede e identità sessuale: sono stati evidenziati infatti, i principali ostacoli alla realizzazione della piena felicità di una persona LGBTIQ cristiana, ma anche quali potessero essere le eventuali possibilità di un cambiamento sia individuale, sia comunitario. Si è parlato di quegli approcci riparativi di cui le accennavo prima, che seppure condannati dalla comunità scientifica, continuano a esistere. Molto intenso è stato il momento della proiezione del docufilm Metamorfosi, prodotto del regista Paolo Lipartiti e nel quale oltre a testimony diretti LGBTIQ ci sono alcuni professionisti della salute mentale, tra cui anch’io. Colgo l’occasione per ringraziare tutti i presenti di quella sera, in particolare l’assessore Antonio Cerbino che da oramai un anno e mezzo ci sostiene nelle nostre attività, il dottor Cosimo Nume, presidente dell’Ordine dei medici di Taranto, la dott.ssa Vanda Vitone, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi della Puglia, gli sponsor Viaggi e Turismo Marozzi e Il Forno delle Bontà di Massafra e in particolare Michele Formisano Presidente TGenus, Vicepresidente della NPS Italia (Network Persone Sieropositive) e Presidente della sede pugliese con cui abbiamo organizzato questo e altri eventi».

Dopo questa esperienza positiva, lei Dott.ssa ritiene che il meridione e nello specifico la nostra Puglia, siano finalmente pronti ad accogliere questa tematica, oppure ci si nasconde soltanto nell’ipocrita omologazione di una foto profilo facebook velata con la bandiera multicolore del Pride?

«Posso garantirle che la risposta dei pugliesi c’è stata e si è sentita. Di questo sono davvero fiera e soddisfatta. In seguito alla proiezione del docufilm Metamorfosi, il Teatro Comunale di Massafra ha vibrato di emozioni e non di ripugnanza o disappunto. Contiamo di replicare assolutamente l’esperienza e dopo il successo di Roma e di Massafra, riproporremo il convegno entro la fine di quest’anno, sia in Lombardia sia in Calabria. Perché l’Onda Pride non sia una marea improvvisa e inconcludente, ma una risacca duratura capace di far soffiare l’unico vento devastante ammesso: quello dell’amore e del rispetto di sé e degli altri».

Pubblicato da: Sarah Jay De Rosa – Extramagazine

Unioni Civili: come si dirà “moglie” e “marito”?

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Pochi giorni fa sono state annunciate, per l’ennesima volta, le unioni civili. Il piano dei diritti è abbastanza facile da fotografare: un diritto c’è oppure no. Quello del significato e delle implicazioni è meno nitido: qual è il peso (positivo) dell’uguaglianza dei diritti e quale quello (negativo) della disparità? Com’è un paese che ha leggi ingiuste? Cosa autorizza un piano normativo che ammette discriminazioni?

 

DISUGUAGLIANZE

In Italia le discriminazioni sopravvivono in modo macroscopico sia per l’accesso al matrimonio sia per l’accesso all’adozione. Il ddl annunciato, se rimarrà tale, non metterà fine all’ingiustizia ma ne tramuterà il volto (in meglio o in peggio?). Avete mai pensato a che effetto può fare essere esclusi da una possibilità senza un valido motivo? Che non vi interessi il matrimonio o l’adozione è poco rilevante. Ciò che è rilevante è che non si possa scegliere e accedere a un istituto che per gli eterosessuali è accessibile. Ciò che è rilevante è sapere di essere esclusi in base a una variabile che dovrebbe essere neutrale ai fini dell’attribuzione dei diritti. Ma non possiamo nemmeno limitarci al matrimonio e all’adozione. Perché ci sono ancora tanti che credono che l’omosessualità sia intrinsecamente sbagliata o malata o moralmente condannabile, e le conseguenze di queste credenze sono a volte particolarmente dannose. Come quando sono radicate nei terapeuti – si pensi alla terapia riparativa – o negli assistenti sociali, nei giudici o negli insegnanti. All’inizio di settembre scorso è nata l’associazione «Nessuno uguale diversi insieme (N.U.D.I.)», un’associazione di psicologi per il benessere LGBTQI. Chiedo alla presidente, Antonella Palmitesta, di raccontarmi perché è nata e quali fini intende perseguire.

Diffusione di odio e aggressioni: 91% in Italia (la media europea è del 44%)

Diffusione di odio e aggressioni: 91% in Italia (la media europea è del 44%)

 

IL CONTAGIO

«“Dottoressa, è contagioso?”, mi ha chiesto una volta un paziente incrociandone un altro che era omosessuale. È ancora molto radicata la convinzione che l’omosessualità sia contagiosa”, mi dice Palmitesta. E aggiungo dannosa, perché non si ha mica paura di essere contagiati nei sorrisi o negli sbadigli. «Moltissimi terapeuti, soprattutto quelli della vecchia scuola, non sanno nemmeno cosa significhi GLBTQI. Anche molti avvocati o altri professionisti che avrebbero bisogno di conoscere la realtà sulla quale prendono decisioni o che pretendono di curare». Come l’idea del contagio, è ancora diffusa la terapia riparativa. «Però approfitto per ricordare – sottolinea Palmitesta – che l’albo degli psicologi non ammette questo tipo di terapie, perciò si possono denunciare quelli che la propongono».
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LA TERAPIA RIPARATIVA

La vergogna e il silenzio giocano a favore di chi teme il contagio e di chi vuole riparare: «uno dei motivi per cui è nata la nostra associazione è di cercare di ostacolare situazioni del genere, promuovere le ricerche della comunità scientifica. Penso a quanta confusione c’è rispetto all’identità e all’orientamento sessuale. Non parliamo nemmeno di fluidità sessuale. Ecco, potremmo partire da qui». Se è per questo anche tra coming out e outing. «L’orientamento sessuale – continua Palmitesta – è poi spesso confuso con alcune condizioni patologiche, come la disforia di genere. È ovvio quanto sia pericoloso confondere le due condizioni, fare diagnosi sbagliate, pretendendo così di curare chi non è malato e affrontando in modo scorretto le condizioni che invece richiedono un intervento».
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DDL UNIONI CIVILI

Tornando al piano normativo, ricordo anche come esista un corto circuito nell’intenzione (anche in questo caso siamo solo agli annunci) di fare una legge sull’omofobia e di mantenere la discriminazione sul matrimonio e sull’adozione. È come se volessimo combattere il sessismo o il razzismo facendo una legge contro il sessismo e il razzismo ma tenendo in piedi leggi che impediscono alle donne di accedere ad alcuni lavori o agli appartenenti di alcune etnie di ricevere cure sanitarie o di potersi sposare anche con individui di altre etnie. Fanno venire in mente i messaggi contraddittori e ambivalenti delle famiglie psicotiche. Quali potrebbero essere invece gli aspetti positivi del ddl sulle unioni civili? Secondo una nota di N.U.D.I., il disegno di legge «affronta due questioni importanti, quella del matrimonio e delle adozioni che, se da una parte fanno “respirare” un po’ la comunità LGB (lesbica, gay, bisessuale) in quanto i diritti che si acquisirebbero – reversibilità della pensione, possibilità di assistere il partner in ospedale, ecc. – rappresenterebbero comunque un passo in avanti, dall’altra sembrerebbe che ciò che lo Stato offre ai suoi “figli” LGB sia un palliativo». E questo sarebbe lo scenario migliore al momento, perché può sempre succedere che vi siano cambiamenti sull’estensione già ridotta dei diritti e che la promessa non sia mantenuta. «Certo, se passerà ancora tempo sarà molto deludente. Ma poi se invece finalmente le unioni civili si faranno, che nomi useremo? Non moglie (o marito) ma unita civile (o unito civile)? Questi sono particolari rispetto all’enormità dei diritti, ma è molto emblematico il fatto che non ci sia un nome», aggiunge Palmitesta.
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ADOZIONI: NO TU NO!

La nota dell’associazione N.U.D.I. così commenta l’esclusione delle adozioni: «nella proposta di Renzi, inoltre, vi è una specifica sulle adozioni: sarà possibile adottare il figlio naturale del partner ma non è possibile accedere come coppia all’iter per le adozioni. Ciò sancisce come dato di fatto che una coppia omosessuale è diversa da una coppia eterosessuale. Questa limitazione si basa ancora una volta su stereotipi di genere, pregiudizi più che su dati forniti dalla ricerca o dalla letteratura in merito. A livello simbolico, risultano discriminati anche i bambini: è quindi lecito dedurre che lo Stato ritiene che i bambini in attesa di adozione si meritino di meglio di una famiglia omogenitoriale? Mentre quelli che vi sono nati o già ne fanno parte, oramai siano destinati a una famiglia di serie B?». Sembrerebbe più un goffo tentativo di ridurre il danno che una reale promozione dell’uguaglianza. Sembrerebbe la mossa di chi si rende conto che procrastinare o fare finta di niente sarebbe peggio di concedere qualcosa, anche se questa concessione è claustofobica e ancora molto lontana della uguaglianza.

GLI EFFETTI PSICOLOGICI DELL’ASSENZA DI UGUAGLIANZA

La discriminazione sui diritti può avere anche effetti psicologici profondi. Non solo «sembra che si stia cercando di abituare la comunità LGB ad accontentarsi delle briciole», continua la nota di N.U.D.I. sulla proposta normativa, ma «dal punto di vista psicologico questo ddl mira a creare una comunità LGB di soggetti con una personalità insicura, non a causa di caregiver ambivalenti (vedi gli studi sull’attaccamento di Bowlby e Ainsworth) ma a causa di una classe politica ambivalente, che promette da anni e non mantiene, che non tutela i propri figli LGB dalle violenze, dal disprezzo e dalle discriminazioni che si, riconosce l’unione della coppia omosessuale ma non può definirlo matrimonio e che fa adottare un figlio solo se biologico». Immaginando un parallelismo tra stato e madre sociale insomma, l’ambivalenza delle promesse e l’insicurezza dei diritti delineano un contesto poco accogliente, nel quale si parte con un carico più pesante rispetto agli altri, e si rischia di scambiare una concessione per l’uguaglianza. Immaginate di dover spiegare a un bambino perché se X e Y sono davvero uguali hanno però diritti diversi. Certo, c’è spazio per la vergogna e per il sentirsi in difetto solo se si concede loro spazio, ma sarebbe più facile convincersi di non avere ragione di sentirsi intrinsecamente inferiori in un contesto meno ostile. Per l’omosessualità spesso accade anche di essere rifiutati dalle proprie famiglie (diversamente da altri scenari di rifiuto sociale in cui la famiglia è complice e alleata). Cambiare le premesse normative potrebbe avere un effetto, ovviamente, che va ben oltre il piano giuridico. Dovessimo recuperare tutte le oscenità dette o fatte dai politici non finiremmo più, ma ricordiamo per le generazioni future dichiarazioni come quelle di Gianluca Buonanno: «‘Non mi piace che due persone dello stesso sesso si scambino effusioni in pubblico – dice Buonanno non nuovo a gesti a plateali -. È una questione di rispetto. E sono convinto che sia diseducativo anche per i bambini’» (L’ultima di Buonanno: “Multe per i baci gay in pubblico”, la Repubblica, 9 luglio 2014). È una questione di rispetto, capite?

 

 

I LUOGHI COMUNI

Il guaio degli slogan è che sono orecchiabili, veloci, apparentemente sensati. Come «il bambino ha bisogno di un padre e di una madre», oppure «la famiglia è solo quella costituita da un uomo e una donna». Per smontarli servono un po’ di tempo e un po’ di pazienza. «Potremmo cominciare guardandoci intorno. La maggior parte dei genitori lavorano e sono i nonni a crescere i bambini. In molte famiglie il padre stira e la madre esce la mattina per andare a lavorare e torna la sera tardi. Le famiglie sono organizzate diversamente, e nessun modello è di per sé migliore degli altri». La capacità genitoriale nemmeno è riducibile all’adesione formale a un modello. Da dove si comincia? «Dall’educazione e dalla diffusione delle informazioni corrette», conclude Palmitesta.

LE TRASCRIZIONI

Ieri, intanto, Ignazio Marino ha trascritto alcuni matrimoni celebrati all’estero. «Dobbiamo pensare che oggi è un giorno normale. Crediamo fortemente che tutti siano uguali e abbiano gli stessi diritti davanti alla legge. E allora quale diritto più importante c’è di dire al proprio compagno o compagna “ti amo”?», ha commentato il sindaco di Roma. Non è il primo sindaco a farlo. La trascrizione ha un valore simbolico ma questo è bastato per sollevare minacce e inesatti appelli alla «famiglia tradizionale».
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Maurizio Gasparri non l’ha presa molto bene…
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Fonte: Nextquotidiano

CHIARA LALLI –  domenica 19 ottobre 2014 06:40